L’etica, il termine deriva dal greco  “èthos”, ossia “condotta“, “carattere“, “consuetudine”. La scienza della morale insomma che ci guida nel governo del nostro agire, sia in un senso quotidiano, sia in una chiave più alta, relativa al nostro progetto di vita.

E’ chiaro a questo punto il nesso con l’altro termine del titolo di questa dissertazione, la meritocrazia, ma voglio fare subito una precisazione, troppo spesso con questo termine (meritocrazia) si intende un modello dove la “competizione” è l’elemento centrale, il carattere distintivo.

Non è cosi, per meritocrazia dobbiamo invece intendere il “capitale” non in chiave squisitamente economica, ma sostanzialmente come summa di tre dimensioni della persona il “saper essere”, il “saper fare” ed ancora più importante il “saper divenire”.

Con il termine globalizzazione , invece, si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo. (wikipedia).

Un fenomeno innegabile, incontrovertibile, inoppugnabile.

Inutile opporsi allora, meglio sarebbe tentare di dargli un senso, delle regole , una dimensione “sostenibile” insomma.

Fin qui il quadro descrittivo.

Ora credo siano di grande utilità le parole di Jeremy Rifkin “Il reale valore nel terzo millennio delle aziende e dei manager che le dirigono, non sarà il fatturato che essi producono, bensì il numero e la qualità delle relazioni da essi instaurati con i propri target interlocutori e di riferimento interni ed esterni“.

E’ notorio che il capitalismo, il modello sociale dominante ed ormai incontrastato della nostra società nasce come capacità di accumulare capitale, ma gli anni ottanta-novanta dello scorso secolo sono state definiti l’era dell’informazione, dove si affermava l’importanza di accedere alla notizia e di approcciare alla rete.

Oggi il fattore discriminatorio, distintivo e premiante è la capacità di instaurare “buone relazioni”, basate prima che sul business sulla fiducia nell’altro, nel tentare di lanciare una sorta di Karma positivo.

Questa è la scommessa, questo è il vero punto della questione.

In questa ottica va detto che rivestono un particolare rilievo il percorso, il metodo, lo stile, l’etica appunto. Affermando in fondo che una buon risultato deve essere “esaltato” da una perfomance eccellente.

La meritocrazia è etica quindi, solo se per raggiungere gli obiettivi preventivati, si traccia e si percorre una traiettoria basata sul rispetto dell’altro e non sul suo annullamento e prevaricamento, come a dire che un buon frutto non può che discendere da un albero altrettanto sano ed integro.

Un paradigma utile nel realizzare sul piano personale questa condizione può essere quello del manager co.co.co (Antonio Monizzi), la sigla mette in evidenza il fatto di trovarci nell’era dell’incertezza, dell’instabilità, del venir meno dei punti di riferimento tipici delle generazioni precedenti, ma co.co.co. è anche un acronimo  che sta ad indicare i tre “talenti” di cui ci si deve dotare per affrontare correttamente il contesto “globale” e, certo, anche fortemente competitivo.

Questi talenti sono: competenza, consapevolezza e costanza.

Competenza perché essere preparati in profondità ed adeguatamente è sostanziale per occupare il proprio

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