La pubblicità è l’anima del commercio, sono anni che mi sento ripetere questa frase in mille contesti diversi con molteplici sfumature e sfaccettature.
Quanto questa affermazione corrisponde al vero???
In parte credo si possa affermare di sì.
Il successo di un business è, e sarà ancora per molto, legato ad una efficace e convincente capacità di una organizzazione di mettersi in comunicazione con un pubblico interessato ed interessante.
Fin qui nulla di nuovo…
Il problema è che questo processo, vecchio quanto il mondo, rischia oggi di entrare in crisi per effetto soprattutto di due variabili direttamente riconducibili all’avvento dell’era post-moderna.
1- Un sovraffollamento caotico e disordinato dei messaggi pubblicitari, un flusso che appare quasi senza soluzione di continuità, dovuto da una parte, ad un florilegio di produttori di beni e servizi assai fungibili e poco distinguibili, e dall’altra alla moltiplicazione inarrestabile dei canali di trasmissione che veicolano questi messaggi.
2- Il consumatore vive una trasformazione epocale, dinamica, volubile, credo irreversibile che raramente corrisponde alla capacità di chi si trovi dall’altra parte della barricata di trovare le giuste contromosse per allinearsi proattivamente a questo stato delle cose.
Questo panorama rende vana una gran parte delle leve tipiche del bagaglio culturale classico dell’uomo di marketing, che si rifugia sempre più spesso nel ricorrere a presunti nuovi paradigmi del marketing, che appaiono ad onor del vero più come delle panacee che degli efficaci e duraturi rimedi per le turbolenze del nuovo mercato.
Eppure c’è una modalità non nuova, spesso sottovalutata se non bistrattata, che può rappresentare una chiave davvero prodigiosa per porre rimedio a molte delle problematiche cui ho dato luce fin qui: L’EVENTO.
Certo rivisitato e ri-costruito secondo i dettami di una seria pianificazione strategica.
L’evento ridisegnato al servizio di una filosofia marketing-oriente dell’azienda che decida di stare al passo col suo tempo, i suoi clienti, i suoi stackeholders.
Dobbiamo però fin da subito chiarire che l’evento di cui parliamo non è certo quello appannaggio di anziane nobildonne un po’ demodé che rimandano alla memoria in particolare quella Milano da bere che tanta parte ha avuto nell’immaginario collettivo del nostro bel paese.
Nemmeno possiamo correre il rischio che l’evento sia un episodio semi-casuale gestito con fervore ed incompetenza da amici e presunti esperti, per lanciare un momento glamour o conviviale fine a se stesso.
No, l’evento a cui mi riferisco è il cuore della strategia di comunicazione di un azienda che voglia confrontarsi con la sfida della modernità.
Quello che propongo è, sia l’apice che l’elemento mediano di un articolato piano di comunicazione, sviluppato in seno ad una più consapevole progettazione delle politiche dell’azienda in un ottica di marketing.
E’ un momento di cesura comunicativa ed evocativa tra ciò che dovrà avvenire prima e dopo l’evento stesso, un happening a cui si approda non per caso ed in cui nulla va lasciato al caso, tantomeno la traccia che dovrà seguire l’evento stesso.
L’evento in questa prospettiva è un “media” potente e portentoso capace di mirare ad una molteplicità di target diversamente difficili da convogliare e coinvolgere se non con operazioni di advertising classico di tutt’altra rilevanza economica.
Voglio sottolineare per ultimo ma certamente non per importanza un altro notevole pregio dell’evento.
Che è quello di prestarsi come palcoscenico ideale per lanciare campagne di comunicazione all’insegna dei nuovi dettami del marketing non convenzionale nell’era del web 2.0, a titolo esemplare azioni di marketing virale, tribale o guerrilla.
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