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	<title>The Marketing Coach</title>
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	<description>Perchè Formazione è Relazione</description>
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		<title>Il marketing oggi secondo @ntonio</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 15:20:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Consumatore]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing Coach; Formazione; Vision; Mission; Strategia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tempo fa mi ha fatto molto riflettere una frase del mio conterraneo Alex Giordano.
“C’è un solo marketing… quello che funziona.”
Accattivante senza dubbio, sicuramente assolve brillantemente alla necessità di essere incisiva, ma va a mio avviso integrata con la considerazione che segue:
Non c’è marketing che possa funzionare se non applicato ad un prodotto/servizio che funziona&#8230;

&#8230;che abbia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa mi ha fatto molto riflettere una frase del mio conterraneo <a title="Un ottimo pensatore" href="http://www.facebook.com/?ref=home#!/alexgiordano?ref=ts" target="_blank">Alex Giordano</a>.</p>
<p>“C’è un solo marketing… quello che funziona.”</p>
<p>Accattivante senza dubbio, sicuramente assolve brillantemente alla necessità di essere incisiva, ma va a mio avviso integrata con la considerazione che segue:</p>
<p>Non c’è marketing che possa funzionare se non applicato ad un prodotto/servizio che funziona&#8230;</p>
<p><span id="more-73"></span></p>
<p>&#8230;che abbia le carte in regola insomma.</p>
<p>Nell’ipotesi in cui questa equazione non sussista, nel migliore dei casi ci troveremmo di fronte ad una vittoria di Pirro, nella peggiore ad una logica del prendi i soldi e scappa.</p>
<p>Provo a spiegarmi meglio: ho letto molte definizioni di marketing, prima da giovane studente, poi da professionista del commercio, infine nelle vesti di marketer e formatore, mi sono persino esibito in una mia personale interpretazione che qui di seguito riporto per onor di cronaca:</p>
<p>“Marketing è la necessità di un azienda di essere proattiva e presente nel suo tempo e nel suo spazio, avendo ben presente le esigenze ed i comportamenti dei suoi clienti attuali e dei bisogni latenti dei suoi clienti potenziali.“</p>
<p>Il fatto è che, al di la di elucubrazioni più o meno di qualità, trovo che il senso profondo del marketing stia nel tentare di conferire una risposta per nulla semplice ad una domanda decisamente “banale”. La reason why“, ovvero: Perché io, qual è il mio valore differenziale, la mia competenza distintiva, il mio patrimonio in quanto a saper essere ed a saper fare“.</p>
<p>Questa considerazione credo si applichi sia al mondo del business (aziende e singoli professionisti) che al marketing personale.</p>
<p>Se non si da soddisfazione a questa identità, alla reason why, diventa difficile, davvero molto difficile, fornire un prodotto/servizio adeguato, performante, in grado cioè di realizzare un optimum tra efficienza ed efficacia, che in sostanza può presentarsi come eccellente. fSe manca questa condizione, il marketing può tutt’al più essere l’amplificatore della notizia, un advertising che però rimane fine a se stesso, quindi atto a produrre quel climax insostenibile sul lungo termine cui mi riferivo qualche riga fa.</p>
<p>Ora mi preme ricondurre tutto il ragionamento alla realtà del mercato di oggi, quindi integrando le valutazioni fin qui svolte con la fenomenologia derivante dall’avvento del fattore Web, soprattutto nella sua evoluzione consumeristica” (un accezione che mi ha suggerito il compianto <a title="Un Maestro!" href="http://www.facebook.com/?ref=home#!/pages/Alex-Badalic/129612877072433" target="_blank">Alex Badalic</a>), interattiva, democratica e… peer to peer, che mi sembra infine l’espressione che meglio sintetizza la realtà cui mi riferisco.</p>
<p>Il web “autoreferenziale”, semantico, che costruisce se stesso, rappresenta per me uno strano ossimoro. Da una parte moltiplica in modo esponenziale la quantità di informazioni a cui attingere e le relative fonti di produzione e di erogazione, così da essere potenzialmente vettore di sentimenti di opprimente vertigine e confusione. D’altra parte proprio la stessa evoluzione tecnologica che ha permesso questo scenario, ci consente di sviluppare antidoti virtuosi grazie anche alla possibilità e potenzialità dell’user generated content.<br />
Tutta la tematica della brand awareness assume allora un rinnovato rilievo, poiché siamo di fronte ad una catarsi, e la questione si centra finalmente sul concetto di brand reputation, la summa delle opinioni dei più e dei meno esperti che hanno, però, in comune l’interesse per il brand in questione.</p>
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		<title>Si spende più a fare un mercante che un dottore!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 15:09:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio; Formazione; Marketing; Mercato; Professionalità]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing Coach]]></category>

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		<description><![CDATA[Un vecchio detto popolare dice che:
”Si spende più a fare un mercante che un dottore!”
Se la saggezza popolare dice il vero…  tanto più oggi in un’arena competitiva decisamente turbolenta.
In effetti il titolo di questo articolo potrebbe  anche essere:
C’era una volta il paese di bengodi…
Credo infatti che siano finiti da tempo i giorni in cui nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un vecchio detto popolare dice che:<br />
”Si spende più a fare un mercante che un dottore!”<br />
Se la saggezza popolare dice il vero…  tanto più oggi in un’arena competitiva decisamente turbolenta.<br />
In effetti il titolo di questo articolo potrebbe  anche essere:<br />
C’era una volta il paese di bengodi…<br />
Credo infatti che siano finiti da tempo i giorni in cui nelle imprese commerciali ogni anno si calcolava un incremento % anno su anno spesso superiore alla doppia cifra e margini sufficienti a coprire gli investimenti ed a garantire un buon profitto per l’imprenditore!!!<br />
<span id="more-69"></span>Oggi ci si confronta spesso con un mercato in fase di contrazione, che per assurdo,  vede ogni giorno l’ingresso di nuovi competitor di varia dimensione e professionalità.<br />
La fetta di torta che ognuno ambisce conquistare rischia di diventare … un ostia!<br />
Oggi il consumatore è eclettico, individualista nelle scelte, poco fedele alla marca e/o al punto vendita, di fatto è sempre più difficilmente prevedibile.<br />
E’ necessario quindi approcciare ad una visione totale dell’esperienza d’acquisto per poter comprendere appieno questa nuova generazione di Consumatori.<br />
Il messaggio è che non basta concentrarsi solo sugli attributi del prodotto ma anche su qualsiasi altro elemento che fornisca valore durante il processo decisionale, l’acquisto e l’uso… ed altro ancora.<br />
Come dice Zygmunt Bauman  in Dentro la globalizzazione<br />
“I consumatori sono soprattutto raccoglitori di sensazioni; sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato<br />
C’è quindi bisogno di un nuovo tipo di orientamento dell’impresa nei confronti del mercato.<br />
Quello rivolto all’esperienza del consumatore.<br />
Non più solo alla produzione, al prodotto, alla vendita, al mercato, alla relazione, che sono gli approcci tradizionali del confronto con il mercato e della gestione del rapporto con il consumatore.<br />
Le conseguenze di questo tipo di orientamento  che potremmo definire come marketing dell’esperienza, sono molteplici.<br />
Quella più rilevante e che ci troviamo di fronte ad una domanda che riveste una rilevanza sempre maggiore nei confronti della determinazione dell’offerta.<br />
Un mercato dove funziona sempre di meno un modello di distribuzione di tipo “push” nel quale è il produttore a spingere sul mercato il suo prodotto, la sua gamma.<br />
Oggi il sistema predominante prevede una egemonia della logica del “pull” cioè la richiesta da parte del consumatore alla rete distributiva di riferimento del prodotto che meglio soddisfa il suo modello di consumo<br />
Ci troviamo di fronte a consumatori meno influenzabili, più autodeterminati, poiché possono accedere  ad un numero crescente di fonti di informazione ed implementare la loro competenza d’acquisto.<br />
E’ proprio in questo scenario che c’è un interrogativo che diventa più pressante di altri!<br />
Perché io?<br />
Quello che per usare il linguaggio del marketing  definiremmo come:<br />
Reason why?<br />
Certo sul mercato vi è spazio per tanti generi di negozi e servizi ma bisogna sapere cosa si vuole fare, e farlo meglio di chiunque altro.<br />
Le domande da porsi sono allora:<br />
Qual </p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;evento al centro!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 09:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[La pubblicità è l’anima del commercio, sono anni che mi sento ripetere questa frase in mille contesti diversi con molteplici sfumature e sfaccettature.
Quanto questa affermazione corrisponde al vero???
 In parte credo si possa affermare di sì.
Il successo di un business è, e sarà ancora per molto, legato ad una  efficace e convincente  capacità  di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pubblicità è l’anima del commercio, sono anni che mi sento ripetere questa frase in mille contesti diversi con molteplici sfumature e sfaccettature.<br />
Quanto questa affermazione corrisponde al vero???<br />
<span id="more-67"></span> In parte credo si possa affermare di sì.<br />
Il successo di un business è, e sarà ancora per molto, legato ad una  efficace e convincente  capacità  di una organizzazione di mettersi in comunicazione con un  pubblico interessato ed interessante.<br />
Fin qui nulla di nuovo…<br />
Il problema è che questo processo, vecchio quanto il mondo, rischia oggi di entrare in crisi per effetto soprattutto di  due variabili direttamente riconducibili all’avvento dell’era post-moderna.<br />
1- Un sovraffollamento caotico e disordinato dei messaggi pubblicitari, un flusso che appare quasi senza soluzione di continuità,  dovuto da una parte, ad un florilegio di produttori di beni e servizi assai fungibili e poco distinguibili, e dall’altra alla moltiplicazione inarrestabile dei canali di trasmissione che veicolano questi messaggi.<br />
2- Il consumatore vive una trasformazione epocale,  dinamica, volubile, credo irreversibile  che raramente corrisponde alla capacità di chi si trovi dall’altra parte della barricata di trovare le giuste  contromosse per  allinearsi proattivamente a questo stato delle cose.<br />
Questo panorama rende vana una gran parte delle  leve tipiche del bagaglio culturale classico dell’uomo di marketing, che si rifugia sempre più spesso nel ricorrere a presunti nuovi paradigmi del marketing, che appaiono ad onor del vero più come delle panacee che degli efficaci e duraturi rimedi per le turbolenze del nuovo mercato.<br />
Eppure c’è una modalità  non nuova, spesso sottovalutata se non bistrattata, che può rappresentare una chiave davvero prodigiosa per porre rimedio a molte delle problematiche cui ho dato luce fin qui: L’EVENTO.<br />
Certo rivisitato e ri-costruito secondo i dettami di una seria pianificazione strategica.<br />
L’evento ridisegnato al servizio di una filosofia marketing-oriente dell’azienda che decida di stare al passo col suo tempo,  i suoi clienti, i suoi stackeholders.<br />
Dobbiamo però fin da subito chiarire che l’evento di cui parliamo non è certo quello appannaggio di anziane nobildonne un po’ demodé che rimandano alla memoria in particolare quella Milano da bere che tanta parte ha avuto nell’immaginario collettivo del nostro bel paese.<br />
Nemmeno possiamo correre il rischio che l’evento sia un episodio semi-casuale gestito con fervore ed incompetenza da amici e presunti esperti, per lanciare un momento glamour o conviviale fine a se stesso.<br />
No, l’evento a cui mi riferisco è il cuore della strategia di comunicazione di un azienda che voglia confrontarsi con la sfida della modernità.<br />
Quello che propongo è, sia l’apice che l’elemento mediano di un articolato piano di comunicazione, sviluppato in seno ad una più consapevole progettazione delle politiche dell’azienda in un ottica di marketing.<br />
E’ un momento di cesura comunicativa ed evocativa tra ciò che dovrà avvenire prima e dopo l’evento stesso, un happening a cui si approda non per caso ed in cui nulla va lasciato al caso, tantomeno la traccia che dovrà seguire l’evento stesso.<br />
L’evento in questa prospettiva è un “media” potente e portentoso capace di mirare ad una molteplicità di target diversamente difficili da convogliare e coinvolgere se non con operazioni di advertising classico di tutt’altra rilevanza economica.<br />
Voglio sottolineare per ultimo ma  certamente non per importanza un altro notevole pregio dell’evento.<br />
Che è quello di prestarsi  come palcoscenico ideale per lanciare campagne di comunicazione all’insegna dei nuovi dettami del marketing non convenzionale nell’era del web 2.0, a titolo esemplare azioni di marketing virale, tribale o guerrilla.</p>
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		<title>Parlare in pubblico: talento versus professionalità.</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 08:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se non hai mai avuto modo di farlo parlare in pubblico è  una attività, un&#8217;abilità particolarmente complessa, insidiosa ed ansiogena.
Bisogna lottare con la paura di essere derisi, la paura di commettere errori, in sostanza con la paura di essere vulnerabili.
Ci sembra di essere in balia di qualcosa che assolutamente non possiamo contrastare…. e che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se non hai mai avuto modo di farlo parlare in pubblico è  una attività, un&#8217;abilità particolarmente complessa, insidiosa ed ansiogena.<br />
Bisogna lottare con la paura di essere derisi, la paura di commettere errori, in sostanza con la paura di essere vulnerabili.<br />
Ci sembra di essere in balia di qualcosa che assolutamente non possiamo contrastare…. e che il pubblico ludibrio sia perennemente in agguato!<br />
<span id="more-64"></span>Sentiamo “le farfalle nello stomaco” come l’innamorato di fronte alla fonte del suo sentimento, percepiamo lo stesso timor panico che ci affligge al momento del distacco dell’aeromobile in occasione del nostro primo volo.<br />
Eppure siamo in un mondo dove la necessità di parlare ad una platea, ad un pubblico più o meno vasto, più o meno interessato, più o meno competente è un evento affatto raro e singolare.<br />
Intendo dire che non è più una prerogativa di politici (anche se spesso sembrano  non averlo compreso a pieno!!!), di top manager o di comunicatori professionali di qualsivoglia genere (professori universitari, giornalisti ecc…).<br />
Sempre più spesso quindi ci capiterà di doverci interfacciare con la necessità di confrontarci con quella che possiamo definire  “Abilità Oratoria” ovvero l&#8217;arte di apparire e comunicare dinanzi ad un pubblico.<br />
Avendo chiaro che l’obiettivo è: presentare ed esporre il tuo discorso a questo pubblico, affinchè esso  lo comprenda, non dimenticando di agire in un contesto in cui tempo e risorse a tua disposizione sono limitati.<br />
Vediamo allora cosa ci può aiutare ad affrontare questo percorso.<br />
Una prima considerazione che voglio fare è che si usa dire che l’abito non fa il monaco…. Certo, ma ha senz’altro la sua importanza.<br />
Con questo intendo porre l’accento sulla parte non verbale che si pone in essere/si attiva quando ci si cimenta in un contesto comunicativo, che potremmo anche chiamare prossemica o body language e che per gli esperti riveste un ruolo determinante nell’influenzare tout-court l’attività del comunicatore .<br />
Il contesto, l’arena nella quale dovremo svolgere la nostra performance è un altro elemento determinante e modellante nella e della formula di comunicazione che utilizzeremo.<br />
Cerco di chiarire meglio quanto detto.<br />
Pensate al caso in cui si è invitati a fare un orazione funebre, sembra ovvio che si eviterà di indossare quello stupendo tight giallo comprato in occasione degli ultimi saldi, e ci si asterrà dall’esordire con “la sapete l’ultima sui….”<br />
Magari sarà più consono all’uopo un vestito nero ed un più serio contegno anche nel tono della voce e nelle cose che diremo pur non disdegnando un accenno un po’ più lieve nel momento del ricordo.<br />
Ma entriamo un po’ di più nella forma della comunicazione che stiamo analizzando.<br />
Innanzitutto è bene considerare che un discorso si compone immancabilmente di :<br />
1) Incipit<br />
2) Corpo<br />
3) Conclusioni<br />
Incipit e conclusioni sono le parti più delicate: la prima segna l’impatto iniziale sul pubblico, la seconda lascia la sensazione finale, il messaggio che più di tutti ci si ricorderà.<br />
L’incipit può essere:<br />
- un abstract per punti di quanto verrà affrontato durante il discorso ( = orienta gli ascoltatori e suscita interesse e aspettative);<br />
- una citazione famosa ( = attira l’attenzione e conferisce al discorso un tono elevato);<br />
- un aneddoto, anche personale ( = è suggestivo, predispone benevolmente il pubblico);<br />
- una o più domande (= strategia di coinvolgimento dell’utente problem solving: invitare a un ragionamento, prima di fornire la soluzione).<br />
Le conclusioni solitamente, anche per coerenza, riprendono lo stesso stile dell’attacco:<br />
- un sommario conclusivo (= facilita la memorizzazione);<br />
- una citazione ( = chiude in modo organico il discorso iniziato allo stesso modo);<br />
- una o più domande ( = si lasciano al pubblico interrogativi aperti, spunti di riflessione);<br />
- …&#8230;<br />
Un aspetto di grande importanza riguarda il linguaggio da adoperare che deve essere:<br />
- chiaro, evitando espressioni gergali ed eccessivi tecnicismi;<br />
- logico, cercando di non appesantire l’insieme con dati irrilevanti;<br />
- obiettivo, limitandosi alle informazioni pertinenti.<br />
Ancora può essere utile avvalersi di immagini e tabelle (non troppe… non troppo poche), da una parte faciliteranno la comprensione e dall’altra  alleggeriranno il processo di comunicazione.<br />
Quando si parla in pubblico … non si è da soli… e di solito chi partecipa ha fiducia e si aspetta che voi siate all’altezza del vostro compito, anche voi dovr</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Etica &amp; Meritocrazia nell’era della globalizzazione.</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 20:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Etica]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;etica, il termine deriva dal greco  &#8220;èthos&#8221;, ossia &#8220;condotta&#8220;, &#8220;carattere&#8220;, “consuetudine”. La scienza della morale insomma che ci guida nel governo del nostro agire, sia in un senso quotidiano, sia in una chiave più alta, relativa al nostro progetto di vita.
E’ chiaro a questo punto il nesso con l’altro termine del titolo di questa dissertazione, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;etica, il termine deriva dal greco <em> &#8220;èthos&#8221;</em>, ossia &#8220;<a title="Condotta" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Condotta">condotta</a>&#8220;, &#8220;<a title="Carattere" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carattere">carattere</a>&#8220;, “<a title="Consuetudine" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Consuetudine">consuetudine</a>”. La scienza della morale insomma che ci guida nel governo del nostro agire, sia in un senso quotidiano, sia in una chiave più alta, relativa al nostro progetto di vita.</p>
<p>E’ chiaro a questo punto il nesso con l’altro termine del titolo di questa dissertazione, la meritocrazia, ma voglio fare subito una precisazione, troppo spesso con questo termine (meritocrazia) si intende un modello dove la “competizione” è l’elemento centrale, il carattere distintivo.</p>
<p><span id="more-48"></span></p>
<p>Non è cosi, per meritocrazia dobbiamo invece intendere il “capitale” non in chiave squisitamente economica, ma sostanzialmente come summa di tre dimensioni della persona il “saper essere”, il “saper fare” ed ancora più importante il “saper divenire”.</p>
<p><em>Con il termine</em><em> </em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Globalizzazione"><em>globalizzazione</em></a><em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Globalizzazione"> </a>, invece, </em><em>si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo</em>. (wikipedia).</p>
<p>Un fenomeno innegabile, incontrovertibile, inoppugnabile.</p>
<p>Inutile opporsi allora, meglio sarebbe tentare di dargli un senso, delle regole , una dimensione “sostenibile” insomma.</p>
<p>Fin qui il quadro descrittivo.</p>
<p>Ora credo siano di grande utilità le parole di Jeremy Rifkin <em>&#8220;Il reale valore nel terzo millennio delle aziende e dei manager che le dirigono, non sarà il fatturato che essi producono, bensì il numero e la qualità delle relazioni da essi instaurati con i propri target interlocutori e di riferimento interni ed esterni“.</em></p>
<p>E’ notorio che il capitalismo, il modello sociale dominante ed ormai incontrastato della nostra società nasce come capacità di accumulare capitale, ma gli anni ottanta-novanta dello scorso secolo sono state definiti l’era dell’informazione, dove si affermava l’importanza di accedere alla notizia e di approcciare alla rete.</p>
<p>Oggi il fattore discriminatorio, distintivo e premiante è la capacità di instaurare “buone relazioni”, basate prima che sul business sulla fiducia nell’altro, nel tentare di lanciare una sorta di Karma positivo.</p>
<p>Questa è la scommessa, questo è il vero punto della questione.</p>
<p>In questa ottica va detto che rivestono un particolare rilievo il percorso, il metodo, lo stile, l’etica appunto. Affermando in fondo che una buon risultato deve essere “esaltato” da una perfomance eccellente.</p>
<p>La meritocrazia è etica quindi, solo se per raggiungere gli obiettivi preventivati, si traccia e si percorre una traiettoria basata sul rispetto dell’altro e non sul suo annullamento e prevaricamento, come a dire che un buon frutto non può che discendere da un albero altrettanto sano ed integro.</p>
<p>Un paradigma utile nel realizzare sul piano personale questa condizione può essere quello del <strong>manager co.co.co </strong>(Antonio Monizzi), la sigla mette in evidenza il fatto di trovarci nell’era dell’incertezza, dell’instabilità, del venir meno dei punti di riferimento tipici delle generazioni precedenti, ma co.co.co. è anche un acronimo  che sta ad indicare i tre “talenti” di cui ci si deve dotare per affrontare correttamente il contesto “globale” e, certo, anche fortemente competitivo.</p>
<p><a href="http://themarketingcoach.it/wp-content/uploads/2010/06/Uomo-vitruviano.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-49" title="Il Manager Co.Co.Co." src="http://themarketingcoach.it/wp-content/uploads/2010/06/Uomo-vitruviano-257x300.jpg" alt="" width="257" height="300" /></a></p>
<p>Questi talenti sono: competenza, consapevolezza e costanza.</p>
<p><em>Competenza </em>perché essere preparati in profondità ed adeguatamente è sostanziale per occupare il proprio </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Dal Capitale alle relazioni</title>
		<link>http://themarketingcoach.it/archives/37</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 18:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Consumatore]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Web]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Capitale alle relazioni
L’economia come la conosciamo ai giorni nostri si basa sul modello capitalista, basato come è noto sull’accumulo di capitali, fin da subito, dagli albori della storia delle imprese è apparso chiaro che la fattispecie di questo capitale era eterogenea, non solo denaro, ma anche altre tipologie di beni materiali: terreni, immobili, materie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dal Capitale alle relazioni</strong></p>
<p>L’economia come la conosciamo ai giorni nostri si basa sul modello capitalista, basato come è noto sull’accumulo di capitali, fin da subito, dagli albori della storia delle imprese è apparso chiaro che la fattispecie di questo capitale era eterogenea, non solo denaro, ma anche altre tipologie di beni materiali: terreni, immobili, materie prime di vario genere, macchinari, etc.</p>
<p>Questo panorama ha visto ben presto una mutazione sostanziale, includendo al suo interno anche i beni immateriali: brevetti, modelli organizzativi e produttivi, in pratica ciò che oggi definiamo come know-how.</p>
<p><span id="more-37"></span></p>
<p>Per arrivare agli anni 80-90 dello scorso secolo definiti come  gli “anni dell’informazione”, nel senso  che avere accesso alle fonti dell’informazione, delle notizie, delle novità, dei trend di sviluppo del business e della tecnologia, poteva fare la differenza, soprattutto se avevi una business intelligence capace di estrapolare prima ed interpretare poi il dato grezzo.</p>
<p>Va chiarito che questa evoluzione si presenta come un processo “integrativo” per somma quindi, e non per sostituzione in relazione alla logica inizialmente illustrata.</p>
<p>Ed in questa ottica allora che bisogna approcciare allo stadio attuale, contemporaneo del business, che Jeremy Rifkin ha brillantemente definito delle <strong>relazioni.</strong></p>
<p>&#8220;il reale valore nel terzo millennio per le aziende e per i manager che le dirigono sarà sempre meno legato al fatturato che producono, ma sempre di più al numero ed alla qualità delle relazioni che sapranno instaurare con i loro interlocutori e stakeholders, interni ed esterni&#8221;.</p>
<p>Ed è qui che si innesta il ragionare sull’economia dell’esperienza, sul capitalismo delle emozioni che si genera per conseguenza di un evoluzione del consumo, non più basata sul prodotto, ma sul bisogno che sta alla base del consumo stesso.</p>
<p>Ed è un bisogno/consumo che non è più interpretabile solo attraverso il modello di analisi che ha come oggetto il processo di acquisto, ma sposta il fuoco della sua attenzione sull’esperienza del consumo, che nella relazione ed interazione con gli altri vede il suo fulcro.</p>
<p><a href="http://themarketingcoach.it/wp-content/uploads/2010/06/nuovo-modello-di-consumo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-44" title="nuovo modello di consumo" src="http://themarketingcoach.it/wp-content/uploads/2010/06/nuovo-modello-di-consumo-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p><img src="file:///C:/Users/Antonio/AppData/Local/Temp/moz-screenshot.png" alt="" /></p>
<p>Tratto da :Troilo G., Postmodernità, consumo e marketing dei beni artistici e culturali. In Micro &amp; Macro Marketing, a. XI, n. 1, aprile 2002. Il Mulino, Bologna.</p>
<p>Questo schema ci mostra come, al modello classico interpretativo del processo di acquisto proposto dalla scuola Behaviorista (teoria comportamentista), si affianchi una ulteriore chiave di lettura composta da elementi distinti e sovrapponibili:</p>
<p>Predisposizione dei set informativi: <strong>Sensing.</strong></p>
<p>Interazione con il contesto di consumo: <strong>Sharing.</strong></p>
<p>Operatività / utilizzo: <strong>Performing.</strong></p>
<p>In questo modo ci è possibile evincere che:</p>
<p>Prevalgono gli <strong>aspetti “caldi” </strong>(emozioni e sensazioni) rispetto a quelli “freddi” (ragioni)</p>
<p>Maggiore importanza del <strong>consumo rispetto all’acquisto </strong></p>
<p>Cresce il rilievo della <strong>dimensione sociale</strong> nel comportamento del consumatore</p>
<p>@ntonio Monizzi</p>
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		<title>Leadership &amp; Team Building</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 17:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Leadership]]></category>
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		<description><![CDATA[Leadership è qualcuno che ha dei follower
Questa  affermazione di Peter Drucker da più parti definito “l’uomo che inventò il management” è disarmante nella sua banale ed essenziale semplicità.
La  conseguenza sostanziale però sta nel mettere in evidenza che parlare di leader e leadership, vuol dire parlare di team, di un gruppo più o meno numeroso che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leadership è qualcuno che ha dei follower<br />
Questa  affermazione di Peter Drucker da più parti definito “l’uomo che inventò il management” è disarmante nella sua banale ed essenziale semplicità.<br />
La  conseguenza sostanziale però sta nel mettere in evidenza che parlare di leader e leadership, vuol dire parlare di team, di un gruppo più o meno numeroso che vuole raggiungere una meta predeterminata.<br />
Nel produrre questo ragionamento non si può prescindere dal considerare il contesto attuale in cui si muovono le organizzazioni oggi.<br />
<span id="more-34"></span> Lo scenario è complesso, interconnesso ed in perenne mutamento, la crisi di questa ultima stagione ha intricato ancora di più il panorama di riferimento.<br />
La necessità di sviluppare un gioco di squadra assume quindi un rilievo centrale, irrinunciabile, una vera è propria conditio sine qua non.<br />
Team allora inteso come un gruppo  di persone che deve:<br />
• condividere uno scopo,  un obiettivo in comune<br />
• collaborare, moltiplicando le risorse (effetto sinergico)<br />
• Condividere i  vantaggi  derivanti dai successi raggiunti<br />
In tal senso si può affermare che Il lavoro di squadra permette ad ognuno dei suoi componenti:<br />
• di sentirsi coinvolto e motivato<br />
• di sentirsi responsabile davanti ai compagni oltre che all’azienda<br />
• di trovare motivazioni più forti all’impegno<br />
• di snellire le procedure<br />
• di esercitare un monitoraggio continuo e più agile sui processi di lavoro<br />
• di rispondere in tempo reale alle difficoltà in modo efficace<br />
In prima istanza allora bisogna comprendere che  per costruire team efficienti è essenziale.<br />
• essere convinti dei vantaggi del lavoro in gruppo<br />
• condividere obiettivi comuni<br />
• avere delle regole, condividerle e rispettarle<br />
• lavorare per raggiungere accordi<br />
• prevenire gli ostacoli<br />
• cercare decisioni condivise<br />
• risolvere i conflitti<br />
Qualcosa che in sintesi si può tradurre in:  buone competenze comunicative e relazionali!!<br />
Per far si che tutto questo passi dal livello di situazione desiderata a realtà concreta e performante è necessario che<br />
• Obiettivi e metodi siano chiari e condivisi<br />
• Il gruppo sappia gestire il tempo, definire e rispettare ruoli, procedure e regole<br />
• Ci sia spazio per il contributo di tutte le risorse presenti<br />
• Il gruppo sappia potenziare le diversità ed aprire nuove prospettive per far emergere soluzioni innovative<br />
• L’interazione dei singoli diventi integrazione<br />
Deve essere chiaro che ci sono a questo punto due piani da integrare per far nascere il team:<br />
RELAZIONE<br />
L a dimensione dello “stare insieme” , della socializzazione,<br />
PRESTAZIONE.<br />
la dimensione del “fare insieme” che pone l’accento sui risultati da produrre.<br />
Distinguendo tra obiettivi da realizzare(dove vogliamo arrivare) e compiti da svolgere (cosa facciamo e come lo facciamo) per realizzarli questi obiettivi.<br />
In termini comportamentali per essere parte di un team bisogna maturare un comportamento cosiddetto assertivo, ovvero orientato all’affermazione del se senza che questi comporti il soccombere dell’altro, degli altri.</p>
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		<title>Leadership &amp; Management</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 17:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Tematica affascinate,quella della differenza tra la funzione, il ruolo , le caratteristiche del manager e del leader.
Una proposta di distinzione ci arriva da un autorevole studioso della materia Quaglino.

MANAGER
• Ha una visione focalizzata
• Si occupa del “COME”
• Punta sul controllo
• Si occupa della gestione della stabilità e del presente
• Pianificare e gestire
• Organizzare
• Controllare e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tematica affascinate,quella della differenza tra la funzione, il ruolo , le caratteristiche del manager e del leader.</p>
<p>Una proposta di distinzione ci arriva da un autorevole studioso della materia Quaglino.</p>
<p><span id="more-30"></span></p>
<p>MANAGER<br />
• Ha una visione focalizzata<br />
• Si occupa del “COME”<br />
• Punta sul controllo<br />
• Si occupa della gestione della stabilità e del presente<br />
• Pianificare e gestire<br />
• Organizzare<br />
• Controllare e risolvere i problemi<br />
LEADER<br />
• Ha una visione ampia<br />
• Si occupa del “COSA” e del “PERCHE’”<br />
• Muove verso gli obiettivi<br />
• Pensa in termini di innovazione e sviluppo futuri<br />
• Stabilire la direzione<br />
• Coinvolgere le persone<br />
• Motivare</p>
<p>In sintesi ancora Quaglino ci dice:<br />
<em><strong>Management è</strong></em><br />
venire a patti con la complessità<br />
<em><strong>Leadership è</strong></em><br />
affrontare il cambiamento<br />
Un leader allora che presidia la dimensione del futuro, in contrapposizione ad un approccio del manager orientato alla gestione del presente.<br />
Confesso che quando mi ci sono imbattuto la prima volta ho sentito come più affine ed affascinate la definizione della figura del Leader.<br />
Però dopo una riflessione più attenta ed approfondita,  penso che si possa affermare che in realtà qui non si tratta di scegliere l’uno o l’altro.<br />
Non si può dire banalmente meglio l’uno o l’altro.<br />
Ci troviamo,  di fatto,  di fronte ad una analisi che riguarda due aspetti della stesa medaglia, due pezzi dello stesso organismo.<br />
Meglio allora  dire che bisognerebbe saper modulare ed alternare le due “abilità”, i due talenti a seconda della situazione e del contesto .<br />
Realizzare quanto affermato nel sottotitolo di questo trattato:<br />
Piedi ben puntati per terra e sguardo rivolto al domani.<br />
Capacità quindi di coniugare pragmatica e saper fare, con immaginazione e  visone a prospettica.<br />
Un altro punto di vista piuttosto suggestivo è quello di guardare ad un organizzazione come fosse un ICEBERG.<br />
La cui parte visibile è calcolabile in un settimo di quella non visibile.<br />
Un organizzazione si presenta allo stesso modo in riferimento alle sue caratteristiche.<br />
Quelle intangibili sono in netta maggioranza.<br />
Ora blindare gli aspetti tangibili si può, anzi è decisamente consigliabile (definiamo questo il versante di competenza del manager), ma non basta ad indirizzare  un azienda sui i binari desiderati!!!<br />
Ed è qui che vale il presidio della funzione del Leader che deve usare i sue skills per “pilotare” nel giusto ed auspicato solco il team, la squadra.</p>
<p>Ecco infine un simpatico vademecum suggerito da Evaldo Cavallaro (ipnologo &amp; formatore) che può aiutare nell’esercizio delle due dimensioni:<br />
•    Saper condurre trattative (con i Clienti, ma anche con i Collaboratori, i Superiori, i Sindacati, i Poteri Istituzionali ecc.) nella logica “win-win”.<br />
•    Saper comunicare in modo logico ed analogico,anche con Persone ed Istituzioni “difficili”.<br />
•    Saper creare un Team motivato al successo, nel lavoro e … non solo!<br />
•    Saper realizzare con ogni Cliente (esterno o interno all’Azienda) la giusta sensazione di soddisfazione (Client Satisfaction).<br />
•    Sapersi impegnare in un continuo cammino di selfmanagement.</p>
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